L’intento generale del film è spazzare via un mito che addossa ai nazisti l’intera responsabilità dell’olocausto e che vede nei Polacchi gli aiutanti disinteressati del popolo ebraico.(“Ida”, reg. di Pawel Pawlikowski, 80′, Danimarca-Polonia, 2013. Con Agata Trzebuchowska e Agata Kulesza)
L’intento generale del film è spazzare via un mito che addossa ai nazisti l’intera responsabilità dell’olocausto e che vede nei Polacchi gli aiutanti disinteressati del popolo ebraico. A questo proposito ricostruisce il feroce omicidio di una intera famiglia di ebrei da parte di contadini polacchi, interessati a portar via loro casa e terre. La parziale redenzione di questa umanità bestiale avviene in Cristo; questo è anche il lato debole del film da un punto di vista ideologico: la pretesa metonimica di ridurre la spiritualità al cattolicesimo.
Il film rappresenta la Polonia socialista degli anni ’60 come un paese in cui due forti cesure (la seconda guerra mondiale e la destalinizzazione) hanno cancellato la storia, relegando la nazione in un presente esteso privo di una identità precisa. Lo sviluppo e il timido benessere si incarnano in automobili, arredi, musica leggera italiana; contrastano con la durezza immutabile e spietata del mondo contadino, rappresentato in paesaggi non ancora umanizzati. L’opposizione tra i due spazi, quello della civiltà urbana in via di imborghesimento e quello ferino della campagna, avviene entro un universo di senso cui è preclusa ogni forma di spiritualità. In questo territorio si dispiegano le traiettorie delle due protagoniste. Anna, scialba novizia non interessata al secolo, e sua zia Wanda, disincantato giudice della vecchia guardia staliniana. Le due donne si incontrano alla ricerca delle comuni origini ebraiche cancellate dalla guerra.
Il film si compone di indagini brutali, di quadri silenziosi da cui traspare la completa desolazione del paesaggio interiore dei personaggi, e di alcuni momenti delicati in cui Anna scopre il proprio côté passionale. Da un punto di vista plastico i personaggi sembrano sempre prigionieri del quadro, attraverso scelte fotografiche non conformiste e claustrofobiche. Non mancano i debiti verso la storia della cinematografia polacca, dal primo Polański a Kawalerowicz, al cinema dell’inquietudine morale.
I due personaggi sono coerenti nel proprio sviluppo. Derubata delle proprie origini ebraiche e perduto ormai ogni ideale Wanda persegue il proprio autoannientamento; d’altro canto Anna conosce la musica, la felicità, l’amore, ma al fine rifiuta il mondo e si fa suora.
Nonostante le buone intenzioni, la felice riuscita del personaggio di Wanda, e la straordinaria recitazione di Agata Kulesza, il film fallisce proprio nel tentativo di comprendere il mondo ebraico. I Polacchi finiscono per privare la protagonista ebrea di ogni cosa: famiglia, proprietà, vita e fede, dato che l’unica sopravvissuta diviene una suora cattolica. Incredibile come la struttura narrativa costruisca questo come un “lieto fine”, quando in realtà di tratta di una assimilazione totale. L’ebraismo ne risulta definitivamente cancellato, ciò che in effetti avvenne nella storia polacca a causa dello sterminio, dei pogrom immediatamente successivi, e delle persecuzioni razziali del ’68, che il film tristemente annuncia.
Francesco Galofaro,
Politecnico di Milano