Dalla Firem alla Indesit alle minacce della Electrolux molte imprese scelgono di delocalizzare nell’ex paese comunista. Dove i salari medi sono cresciuti molto ma si sono create le condizioni ideali per produrre…
L’estate scorsa gli operai della Firem, azienda del settore metalmeccanico con sede nel modenese, si ritrovarono una brutta sorpresa al rientro da Ferragosto. La fabbrica non c’era più. Non in senso fisico. I capannoni erano sempre lì. È che non c’erano i macchinari, smontati e trasferiti in tutta fretta in Polonia. Lì la Firem, oggi, prosegue la sua attività. Nel modenese c’è in corso una vertenza, s’apprende dalle cronache.
A Fabriano, un tempo scattante company town di Indesit, oggi distretto martellato dalla crisi e da un lungo processo di delocalizzazioni, l’azienda della famiglia Merloni ha ipotizzato nei mesi scorsi di spostare ulteriori segmenti produttivi in Polonia, dove s’è già impiantata negli anni addietro (Indesit ha stabilimenti anche in Turchia). La crisi, che prevedeva centinaia di esuberi, è rientrata. Ma i Merloni cercano soci, la salute del loro giocattolo non è così florida. L’opzione polacca potrebbe ripresentarsi nuovamente. Chissà.
La “fuga” in Polonia è decisamente più concreta per quanto riguarda il caso industriale che tiene banco in questi giorni: quello di Electrolux. Dai vertici dell’azienda svedese è piombata sul tavolo una proposta durissima: chiusura degli impianti di Porcia, in provincia di Pordenone, oltre a tagli vistosi sul costo del lavoro nello stabilimento veneto di Susegana. Si scrive e dice dell’importazione del modello di lavoro polacco. Perché è in Polonia, dove ha un sito produttivo alle porte di Wroclaw, nella parte occidentale del paese, che Electrolux eventualmente investirà, dovesse davvero lasciare l’Italia.
1989, vita nuova
Avrete capito di cosa stiamo parlando. Questi sono casi che, sebbene tra loro diversi, riguardano aziende italiane che si sono spostate in Polonia o che, essendovi già presenti, pensano di localizzarci ulteriori segmenti produttivi.
Se il lato italiano di queste vicende è noto, può risultare interessante indagare su quello polacco. Con una premessa. Sarà vero che l’Europa, oltre al mercato unico delle merci, dovrebbe pensare anche di amalgamare i mercati nazionali del lavoro, ma quando si dice che da Est si fa competizione al ribasso, spingendo sul pedale dei bassi costi produttivi, si compie un atto di eccessiva semplificazione.
Ma andiamo con ordine. Bisogna innanzitutto considerare il punto di partenza, il 1989. Crollato il sistema comunista, con tutto il suo corredo industriale, la Polonia si ritrovò con un pugno di mosche in mano. L’unica possibilità che aveva era attrarre investimenti dall’estero. Si fecero riforme durissime, dirette dall’allora ministro dell’economia, Leszek Balcerowicz, volte a passare dall’economia pianificata al libero mercato e a portare in Polonia soldi freschi e prospettive industriali.
Pur variata nel corso del tempo, la strategia conserva ancora quell’impianto. La Polonia, oltre che sui fondi strutturali Ue, si regge sugli investimenti dall’estero. Ci sono sgravi fiscali, zone economiche speciali, agevolazioni varie offerte a chi decide di investire nel paese, tra cui soldi per ogni lavoratore assunto. Il mercato del lavoro è molto flessibile e, come racconta Leonello Carlo Boggero, un imprenditore italiano da anni in Polonia, titolare dell’azienda Italplast, con sede a Elblag, nel settore privato non ci sono tredicesime e Tfr, a meno che le aziende – la sua lo fa – non decidano di erogarli. In ogni caso hanno un peso minore, soprattutto il Tfr, rispetto all’Italia. Volendo sintetizzare, la Polonia non ruba fabbriche a ovest, ma fa più che altro il suo gioco, secondo gli strumenti che ha. Perché ancora oggi, con una situazione economica abbastanza felice, non ha molte altre alternative.
Sono più competitivi
Un’altra parentesi va aperta sul discorso dei costi del lavoro. Non è l’unico fattore che attira imprese in Polonia. Da quando il paese è entrato in Europa, tra l’altro, i salari medi sono cresciuti molto. Se si dovesse guardare solo a quello la fame di delocalizzazione potrebbe diminuire un po’.
Il punto è che la Polonia ha un sistema competitivo, se non altro più di quello italiano. In ogni rapporto che incrocia tutti quei “beni” che compongono il “paniere” della competitività (istruzione, ricerca, infrastrutture, corruzione, burocrazia), Varsavia è davanti a Roma. È così nell’Ease of Doing Business della World Bank, una graduatoria che misura le condizioni del fare impresa. La Polonia figura al quarantacinquesimo posto, l’Italia venti posizioni indietro. Il divario si approfondisce nell’Index of Economic Freedom, redatto da Heritage Foundation e Wall Street Journal: Polonia cinquantesima, Italia ottantaseiesima. Si accorcia invece nel Global Competitiveness Report, del World Economic Forum. Polonia quarantaduesima, Italia sette gradini più in basso. Sempre indietro, comunque. Questi indici non dicono tutto, ma non vanno ignorati.
Una Varsavia meno cinese?
I polacchi sono abbastanza fatalisti. Molti sanno che potrebbe capitare benissimo che un’azienda occidentale, anche italiana, ovviamente, tolga le tende o riduca la presenza. È successo con la Fiat. Nel suo impianto di Tychy ha licenziato 1500 persone a inizio 2013. I costi crescenti del lavoro e la crisi del mercato dell’auto hanno portato l’azienda a puntare sull’America e, in Europa, sulla Serbia.
A ogni modo la Polonia sta lavorando per cercare di tenere le imprese occidentali sul suo territorio, anche quando le zone economiche speciali – che non sono a tempo indeterminato – non ci saranno più. Si cerca di rendere il sistema sempre più competitivo, come di svincolarsi dal peso dell’export sul Pil, conseguenza diretta dell’attività capillare e massiccia delle aziende straniere. In Slovacchia, Repubblica ceca e Ungheria oscilla tra l’80 e il 90%, in Polonia è sul 45. Segno che c’è anche un mercato interno che produce Pil.
Parallelamente, lo stato sociale avanza. Non troppo, ma avanza. Recentemente, per fare un esempio, è entrata in vigore una legge che estende la maternità fino a cinquantadue settimane. Prima il massimo era di venti.
Certo, la Polonia è ancora un po’ “cinese”, sotto questo punto di vista. Il capitale dall’estero arriva anche in virtù di questo. Ma ci sono tanti altri fattori, l’abbiamo segnalato, che spingono a investirci. Questo tuttavia non significa che in Italia, dove ci sono condizioni di lavoro, produzione e welfare diversi, bisogna diventare dall’oggi al domani polacchi. Ci mancherebbe.
www.europaquotidiano.it